Soddisfazione senza successo: Valle dell’Orco, Via della Rivoluzione, 150m, ED-, 6b, A1+
25 luglio 2009
La nostra Ford Fiesta corre verso Ovest, inseguendo il sole che sta per tramontare. I soliti discorsi cercano di distrarci dall’afa della pianura vercellese e dalla noia di uno stradone anonimo che ci condurrà ad Ivrea, da cui prenderemo la strada per Cuorgnè, Locana, Noasca. Obiettivo: il Caporal, Valle dell’Orco.
Stasera siamo proiettati sul domani più del solito, perché ci attende qualcosa di nuovo, la nostra prima via di artificiale: Via della Rivoluzione, 150m, ED-, 6b, A2+.

Ci parliamo, solleviamo dubbi sui due tiri centrali di artificiale: A2, A2+, c’è chi dice A3. Nulla di estremo, anche perché si tratta di gradi nella vecchia scala (dovrebbero corrispondere ad un A1+ nella scala new age), anzi, i veterani dell’artificiale considerano questa via, per quanto da non sottovalutare, come “ideale per passare una piacevole giornata in mezzo alla natura” (Valerio Folco). Ne siamo consapevoli, ma l’ignoto solletica sempre qualche timore. E sappiamo anche che Folco è uno dei migliori artificialisti, quindi calibriamo la sua dichiarazione sulle nostre capacità.
Per questo io e Luca adottiamo sempre la politica piemontese dell’esageruma nen, ma stasera mi accorgo di essere meno piemontese di lui e continuo a tranquillizzarlo, quasi a provocarlo. Luca non è convinto del tutto, così gli dico di non preoccuparsi, che l’A3 si fa benissimo, che comunque io ho già una piccola esperienza di artificiale a Bismantova (cosa falsa, ovviamente), ma so comunque che anche Luca sta morendo dalla voglia di appendersi ai cliff e che, anche se stasera è più bugia nen del solito, domani mi seguirà ovunque.
All’imbrunire arriviamo alla galleria tra Noasca e Ceresole, da cui usciamo a metà con una virata a sinistra un po’ folle (avete mai visto uscire una macchina da un buco aperto nella parete laterale di una galleria?), e subito piantiamo la tenda e accendiamo i fornelli: dopo mezzo di chilo di pasta al ragù, aggiungendo al sugo una scatola di tonno, compreso l’olio perché fosse più vuncia, ed esserci scolati una bottiglia di dolcetto, andiamo a dormire felici masticando un pezzo di cioccolata, sotto il profilo del Caporal che una debole luna ci permette appena di scorgere.
26 luglio 2009
Di buon mattino mettiamo il naso fuori dalla tenda e la prima immagine ad essere proiettata sulla nostra retina è la mole imponente del Caporal, quasi un modello in scala delle pareti granitiche californiane. Colazione storica, perché riesco a far bere a Luca qualche goccia di tè. Gli fa schifo, ma butta giù. Siamo pronti.

Mentre risaliamo le tracce di sentiero, il volto selvaggio dello scudo del Caporal spunta tra i rami delle piante. Ancora qualche passo, alzo lo sguardo, e tutto d’un tratto appare l’intera parete di fronte a noi. Una meraviglia.
Siamo all’attacco della via, parto, Luca mi incita da sotto. Il primo tiro è un 6b un po’ violento, tutto sommato lo passo bene, i friend e i dadi si fanno mettere senza problemi, eppure non mi sento tranquillo, sono preso dai pensieri per quello che verrà dopo e dai cordoni marci a cui sono appeso in sosta. Decido di rinforzarla con qualcosa di più sano.
Recupero Luca e quando mi raggiunge stiamo un po’ scomodi, con i piedi incastrati sull’unico gradino dei dintorni. Siamo in ritardo sulla tabella di marcia, beviamo, non abbiamo sensazioni positive. Siamo un po’ demoralizzati dal primo tiro, eravamo convinti che fosse un 6a e l’abbiamo preso sotto gamba.
Ora incominciano i tiri di artificiale, dispongo le daisy, le staffe, i cliff e tutta l’attrezzatura in maniera ordinata, l’artificiale richiede ordine e pulizia, altrimenti si è fregati: friend grossi e dadi grossi a destra, roba piccola a sinistra, il tutto ordinato secondo la dimensione; a tracolla rinvii, chiodi, cliff. Per ultimo estraggo il martello e lo butto giù, a penzolare attaccato all’imbrago da un cordino.Bevo ancora una volta, mi assicuro che Luca mi abbia in carico e mi slego dalla sosta. Faccio un respiro profondo e poi parto.
Subito dopo la sosta metto un friend del 3 e mi ci appendo, non mi sento carico, c’è qualcosa che non va, guardo Luca e gli dico:
- Mah, ci provo.
- Vai su, vedi fin dove riesci ad arrivare, al massimo appena pianti un chiodo decente ti calo.
Lo mando mentalmente a quel paese: perché mai dovrei calarmi? No, voglio chiudere il tiro, costi quel che costi, così impara a dirmi di calarmi!
Dopo il friend un micro nut, poi un chiodo, poi ancora nut… dai, Giacomo, stai andando su bene. Ancora qualche metro e qualche nut e arrivo ad un punto da interpretare un po’. Mi appendo ad un solido chiodo, mi volto verso il basso e urlo:
- Luca, mi sono ripreso! L’adrenalina gira di nuovo!

Finalmente la mia mente si è sbloccata. Sì, era quello il problema, la mente, come sempre. Ora che sono in ballo, ho cancellato ogni pensiero, non mi accorgo nemmeno del tempo che passa, del sole o delle nuvole, perché sono entrato in quello stato di trance irripetibile che solo l’arrampicata sa regalare ogni volta.
Riprendo il mio viaggio, felice di fare quello che sto facendo, felice soprattutto di sapere che lo sto facendo bene. Questo tiro è bellissimo, insegue per quasi trenta metri una fessurina chiusa da una piccola scaglia, in cui non entra niente se non micro nut, e chiodi a lama media o sottile, per poi finire sotto un tetto. Tutto attorno un muro liscio di granito rosso, verticalissimo, senza il minimo appiglio: la fessurina è l’unica strada possibile per salire.
La sezione centrale offre qualche salvifico chiodo a pressione in loco, ma per arrivarci devo fare un passo su un cliff precario, messo un po’ di traverso in una fessura diagonale, perché il chiodo a pressione era troppo in altro per poter essere raggiunto.
Dopo l’ultima sezione, un poco più delicata per via di due chiodi che non riesco a piantare come si deve, uno dei quali è conficcato solo per metà ma che fortunatamente ha retto il peso del mio corpo, arrivo in sosta e ululo di piacere, nonostante sia di una scomodità unica: sono appeso sulle staffe.
Luca viene su bene, anche lui all’inizio un po’ timoroso, ma poi sento che trova il suo ritmo, il suo ritmo interiore. Qualche metro prima della sosta aggancia una staffa al chiodo più precario del tiro, quel chiodo sui cui io ho cercato di rimanere appeso il meno possibile, forse qualche secondo appena. Luca pesa poco più di me, forse quei pochi grammi superano il carico limite di quell’ancoraggio: appena prova a caricarci il peso sopra, il chiodo schizza fuori dalla fessura e Luca si trova a penzoloni nel vuoto. Un piccolo spavento, ma non succede niente.
Mi raggiunge in sosta, mi guarda negli occhi ed esclama:
- Cazzo che figata! Che figata!
Gli sorrido in maniera un po’ perfida, come per dire: “Eh, e tu volevi calarmi? Maledetto!”.
Purtroppo non possiamo continuare, Luca ha male ad un tendine e anch’io, appena reduce da un infortunio al dito medio della mano sinistra, non voglio esagerare.
Ci caliamo, abbiamo fatto solo due tiri, ma… che soddisfazione! La soddisfazione più grande finora, sono sincero, nonostante la via non terminata. Anche Luca ha il mio stesso stato d’animo, ci guardiamo e ridiamo come bambini.

Ora non resta che scendere dal sentiero. Arriviamo alla macchina e ci prendiamo il tempo per una merenda leggera prima di partire: fagioli e ceci in padella con mortadella, tonno e formaggio. Una bontà, l’unico neo sono le mosche che ci perseguitano, siamo luridi, forse sappiamo di capra selvatica.
Mentre cerchiamo di digerire e, vanamente, di dissetarci, guardiamo in su, e tutti e due pensiamo la stessa cosa: dobbiamo tornarci, qua, il più presto possibile. Questo posto ci ha stregati.
- Dobbiamo finire la via e farne delle altre, - dico a Luca.
- Sì, - mi risponde - e dobbiamo scrivere la relazione per il sito dei Ramarri!
- Certo, ci torneremo quanto prima Luca, quanto prima. Ma adesso passami due friend che devo fare una foto stupida. -

Testo: Giacomo Francesco Lombardi
Foto: Luca Gai e Giacomo Francesco Lombardi
Gaston Rébuffat, “Entre terre et ciel”

Un piccolo assaggio del bellissimo film documentario “Entre terre et ciel” vincitore del Gran Premio al Filmfestival di Trento nel 1961, realizzato da Gaston Rébuffat (1921-1985).
Per chi volesse acquistare il film, è venduto in Italia da Vivalda editori (guardate questa pagina). Purtroppo risulta attualmente esaurito, ma poiché è un classico, non penso sia difficile trovarlo in biblioteca o in qualche mercatino dell’usato.
Dopo 1000 visite le relazioni sono finalmente in arrivo!
Cari ramarri,
in un mese e mezzo di attività del sito abbiamo totalizzato più di 1100 visite, un buon risultato. Ma i contenuti proposti fino ad ora non sono esattamente quelli che il sito, nelle sue intenzioni, vuole accogliere. Cioè, non solo questi. Infatti dopo questo mese e mezzo “sperimentale” è giunto il momento di attivare il database delle relazioni e il fourm, cose che ritengo le più interessanti.
Si procederà un passo alla volta, ci vorrà un po’ di tempo prima che tutto funzioni a regime, servirà solo un po’ di pazienza e, anche, il vostro contributo nell’inviare (se ne avete voglia e/o tempo) le relazioni o semplicemente i racconti e le foto delle vostre gite.
Avete presente gulliver? Ecco, col tempo si spera di giungere a qualcosa di simile, con la differenza che le gite e le foto inserite sono quelle di noi ramarri.
Per dare il buon esempio, nei giorni a seguire caricherò alcune mie relazioni, tra cui:
Gran Paradiso - Normale dal rif. Vittorio Emanuele
Torre Germana - Spigolo Boccalatte
Parete dei Militi - Via De Albertis
Falesie: Simplon Dorf, Montestrutto, Bourcet e, naturalmente Gavi, Guardamonte, Albedosa…
Patrick Berhault, ancora
Un altro video che ritrae Patrick Berhault, un video forse ancora più impressionante del precedente. Confesso di essermi fermato a guardarlo e riguardarlo, per carpire i segreti della sua eleganza… e voi?
Siamo mica qui per divertirci!

Segnaliamo un divertente libretto a fumetti, il cui titolo è “Siamo mica qui per divertirci!” e che, nelle parole dell’autore:
“[...] trae spunto da una espressione che circola da anni nel mondo dell’arrampicata e che ben riassume la tendenza a prendersi un po’ troppo sul serio.”
“Tic, nevrosi, isterismi, usi, costumi, intolleranze, atteggiamenti e manie della “tribu’ verticale” vengono smascherate e offerte al pubblico con un sorriso, per riappropriarsi di quello spirito e di quella leggerezza di cui tutti abbiamo bisogno…”
Per acquistare il volume o semplicemente visionare alcune vignette, andare sul sito www.caiocomix.com
Metamorfosi
Un video davvero insolito che ritrae lo stile, l’eleganza e la meravigliosa pazzia di Patrick Berhault. Dopo averlo visto, non venitemi a dire che con le scarpette bagnate non si arrampica…
ALP #257 - giugno-luglio 2009
Con questo articolo inauguriamo la rubrica “Rassegna stampa”, dedicata alla presentazione dei contenuti delle riviste di montagna più importanti. Incominciamo con ALP, numero 257.
Finalmente un numero dove non c’è traccia di scialpinismo. Non me ne vogliano gli amici sciatori se la trovo un’attività bella da praticare ma terribilmente noiosa da leggere.
ALP #257, dicevamo; guardando al cuore della rivista, gli articoli sostanziosi da pagina 28 a pagina 100, ci troviamo di fronte ad alcune belle proposte: una presentazione (sì, ancora una) di Adam Ondra; un reportage e una scelta di vie di roccia sul Bianco e sul Rosa da pagina 36 a pagina 71 con un’intervista a Michel Piola, l’instancabile chiodatore del Bianco, e una serie di mini relazioni-proposte delle vie più belle; un bell’articolo su torrentismo e golismo che per molti, come me, può risultare una piacevole incursione in un ambito poco conosciuto. Anche quest’ultimo articolo si conclude con una serie di proposte di forre da percorrere in giro per l’Italia. Per concludere un’intervista a Simon Anthamatten.
Un bel numero, insomma, da comprare e da conservare. Finora ho parlato del corpo centrale della rivista, ma c’è tutta quella serie di piccole rubriche fisse, di articoletti da mezza pagina che spesso vengono trascurati dal lettore distratto. Invece, a mio avviso, celano sovente belle sorprese; infatti, a differenza degli articoli “vetrina”, in queste rubrichette fatte di semplici parole e poche, se non nessuna, fotografia è possibile trovare gli articoli più riflessivi e meglio scritti. Per carità, si tratta di una rivista di arrampicata e non di filosofia, eppure mi pare che la virtù della parola scritta, e scritta bene, sia da difendere e conservare: le foto spettacolari di Adam Ondra si possono guardare distrattamente anche in bagno, per altri articoli, meno “visivi”, occorre la giusta attenzione. Appunto quello che nel lettore di riviste è sempre meno presente e che le riviste stesse, chi più, chi meno, assecondano troppo facilmente.
Scarica editoriale e sommario dei contenuti.
Categoria: Rassegna stampa
A partire da domani si aprirà una nuova rubrica: “Rassegna stampa”, dedicata alla presentazione dei nuovi numeri delle riviste di montagna più importanti e più belle. Ovvero:
… e, in futuro, molte altre.
Buone letture.

