23 agosto 2009.
Siamo due vecchi catorci. Io con una leggera tendinite alla mano sinistra appena guarita vado sul Caporal, cado e quasi mi rompo un piede: ospedale, radiografia, due settimane di stampelle e stecche fino a metà polpaccio. Ovviamente me ne frego, perché le stampelle nemmeno ce le ho, e quindi non le uso, dopo cinque giorni mi tolgo da solo stecche e bende (”mi raccomando, torni per la T.A.C.!”) e a una settimana di distanza dal trauma già voglio arrampicare. Naturalmente sono zoppo e il piede è dolorante, non poco, cosa credete. E arriviamo a questo 23 agosto dell’anno di grazia 2009, con i medici che si chiederanno dov’è finito il sig. Lombardi.
Luca invece è grasso come un maiale, come quelli che si è mangiato in due settimane di bisboccia. A a nulla gli sono valse le sedute di deep water soloing al fiume, polenta e cinchiale sono una brutta bestia da domare (i suoi lombi mi siano testimoni). Nemmeno l’eroico beach volley o il più rilassante calcio balilla gli hanno giovato; infatti ha rimediato, oltre ai chili di troppo, un bel risentimeno muscolare a deltoide e bicipite brachiale destro. Insomma, quasi non muove il braccio. Io non credo minimamente al suo racconto e mi esercito in illazioni maliziose circa i suoi dolori. Luca nega risolutamente, ma ribatto che i numi vedono tutto e tutto conoscono. Comunque, chi se ne frega, abbiamo entrambi una voglia astinenziale di arrampicare.
Il 23 agosto dicevo. Ecco, il nostro fisico versa in questa situazione pietosa, per cui si pone il problema: dove andare? Decidiamo per qualcosa di molto “easy”, tipo monotiri, tipo massimo 6a, tipo mare, tipo Finale, tipo che un po’ si arrampica un po’ si fa il bagno. Tipo che finiremo per fare solo il bagno, ok, ma questo nessuno ha il coraggio di ammetterlo.
- Va bene, ma Finale dove?
- Esposti a nord o a est, altrimenti crepiamo. Aspetta che cerco.
Cerca, cerca, cerca …
- Maledette falesie, tutte esposte a sud o a ovest. No aspetta, guarda un po’ Capo Noli, settore Nolitudine, va in ombra dalla tarda mattinata. E poi, guarda guarda, guarda cosa dice la guida “Posto particolarmente frequentato da climber stranieri, in particolare tedeschi, attratti da queste rocce mediterranee a picco sul mare ecc…”.
Mi fermo, ormai abbiamo tutti gli elementi che ci servono. Facciamo due più due: climber stranieri + mare uguale biondone arrapanti in bikini in cerca di rudi alpinisti mediterranei + bagno tutti insieme uguale … va be’, mi fermo qui, dopo tutto questo è un sito serio.
Arriviamo a Capo Noli, rinomata località dagli ampi parcheggi. La fortuna ci bacia, perché alle dieci e mezza del mattino di una domenica di agosto, riusciamo a ficcare la Panda tra due macchine, addossandoci alla scogliera e rigorosamente in un tratto con divieto di sosta e di fermata. Probabilmente è l’unico posto libero di tutta la Riviera, quel giorno e a quell’ora.
Davanti a noi scorgiamo una macchina inequivocabilmente transalpina, piena zeppa di chiome bionde. Sì, ma di dove? Luca dice Svizzera, l’ha visto sulla targa.
- Ok, ma Svizzera non vuol dire niente, sono un’accozzaglia di razze, Luca, voglio il cantone.
- E chi lo sa, mica conosco le targhe svizzere come te!
- C’era mica scritto UR o OW? Dimmi di no, eh, perché altrimenti vuol dire che sono dell’Uri o dell’Untervaldo.
- E allora?
- E allora?! La più bella potrebbe avere le fattezze del nonno di Heidi!
- O Cristo!
Fortunamente Luca le targhe svizzere non sa nemmeno da che parte sono girate; infatti la macchina si rivela essere austriaca. Bene, siamo salvi, Austria felix, un nome, una garanzia.
Ci mettiamo al lavoro: scendiamo con fare marpionesco e iniziamo la vestizione. Anzi, la svestizione, dopo due secondi siamo già a torso nudo a fare i gigioni con chiodi, friend, martelli, caschi. Tutte cose fuori luogo, ovviamente. Luca se le era dimenticate in uno zaino, comunque tutto serve alla causa.
Nel frattempo, dalla macchina delle Austriache escono due gran … no, non lo posso dire, immaginatelo. Due gran, gran… quella cosa lì. In costume. Insomma, un sogno.
- Giacomo, ci guardano
- Chi?
- Come chi? Le Svizzere, no!
- Sono austriache.
- Oh! Svizzere, Austriache, Canadesi, ma sì… le bionde!
Ci guardano proprio con insistenza. Ci gasiamo oltremodo e rallentiamo ogni gesto, perché ormai siamo quasi pronti per partire. Meditiamo come attaccare bottone. Purtroppo però è già tardi e occorre andare. Decidiamo di vedere almeno l’avvicinamento e poi tornare indietro a prenderle.
Infatti, a causa di una frana la strada in quel tratto è strettissima e ridotta ad una sola corsia, con un semaforo che regola perciò il transito alternato. Ai lati hanno chiuso l’unico tratto, a destra, dove un pedone può passare, e siamo quindi preoccupati di non poter raggiungere il terrazzino roccioso da cui calarci in doppia lungo la scogliera e iniziare l’avvicinamento..
Sono stati diligenti, c’è perfino il filo spinato, perché il lato della strada che dà sul mare sta franando. L’unica possibilità è sfruttare il momento morto tra un semaforo e l’altro, quando si inverte il senso di marcia dei veicoli: abbiamo pochi secondi senza macchine per percorrere circa centocinquanta metri da suicidio, dopo i quali possiamo considerarci salvi. Sul momento rinunciamo e decidiamo di non rischiare e di andare al settore Pilastri, dopo Capo Noli.
Tornati alla macchina, mettiamo in moto e vediamo che le pseudo-Svizzere stanno armeggiando chine sul baule della macchina e ci mostrano così il loro profilo migliore. Passiamo di fianco a loro lentissimamente e… cosa vediamo? Cosa vediamo? Si stanno mettendo un imbrago! No, non abbiamo mai incontrato le favolose “biondone arrampicatrici” e adesso, adesso che possiamo godere di queste creature mitologiche, ce le lasciamo sfuggire così?
Ci lanciamo all’unisono in un’acutissima imprecazione che, da sola, può benissimo valerci l’inferno. Non possiamo girare la macchina, gli altri veicoli incalzano da dietro, dobbiamo fare almeno quattro chilometri prima di poter fare inversione.
- Vai, Luca, vai!
Ci siamo girati e tiriamo la macchina al limite per recuperare le pseudo-Svizzere. Corriamo contro il tempo, le biondone austriache non devono sfuggirci. Invece, quando giungiamo nuovamente sul luogo, il nostro sogno è svanito, le pseudo-Svizzere se ne sono andate. E il parcheggio pure.
Ci sentiamo idioti, abbiamo perso bionde e parcheggio con una sola mossa. Che bravi!
- Ragioniamo, non possono essere lontane, da qui possono essere solo andate a Nolitudine
- Vero! Andiamo a Nolitudine, di corsa, prima che sia troppo tardi!
Non so come, ma riusciamo a trovare un altro posto clandestino per la nostra Panda. Rapidi come faine corriamo verso il semaforo e, sfidando i numi celesti, ci lanciamo in quei centocinquanta metri folli, col rischio di essere investiti dalle macchine. Ma siamo troppo risoluti a voler salvare capra e cavoli, pardon, parcheggio e bionde.
Arriviamo al terrazzino roccioso dopo la galleria e delle pseudo-Svizzere nemmeno l’ombra. Guardiamo giù dalla scogliera: niente. Notiamo che i cantonieri hanno persino distrutto la sosta di calata, quindi …. non ci si può calare. Insomma, sono sparite, volatilizzate.
- Dai, non disperare, laggiù ci sarà sicuramente il pienone. Evviva l’Impero Austro-ungarico!
- Ma se hanno tolto la sosta di calata, come ci arriviamo?
Ci guardiamo intorno e, a tempo, fissiamo lo sguardo sul guard rail dietro di noi: soluzione trovata, che bello intendersi! In men che non si dica leghiamo una corda, pronta per farci arrivare dritti dritti sulla cengia, prima del lungo traverso verso le vie attrezzate e, mentre gli automobilisti guardano allibiti questi due marziani suicidi, ci buttiamo giù in doppia.
Insomma, la faccio breve: di biondone nemmeno l’ombra, c’era solo una coppia di austriaci, ragazzo e ragazza, tanto gnocca lei (oops! l’ho detto…) quanto sfigato lui. Come al solito, no? Ci consoliamo col fatto che queste tremende ingiustizie sociali non sono esclusivo appannaggio italico, ma si sono ormai estese a tutto il globo terracqueo.
Ed ora, dopo questo lungo e romanzesco preambolo, veniamo alla parte tecnica: una bella relazione di Capo Noli….
Vi piacerebbe, eh? Scherzetto! Ma scusate, pensate davvero che dopo la visione celeste delle sublimi bionde teutoniche, nonché bikinate, un essere umano normale conservi la voglia di arrampicare, per di più in compagnia di una delle sopracitate biondone, quest’ultima completamente inaccessibile? Che smacco!
Insomma, abbiamo fatto due tiri, dopo i quali io non stavo in piedi dal male e Luca non si sentiva più il braccio.Ci siamo buttati tra le onde e l’abbiamo chiusa lì, mentre una statua della Madonna, incastrata tra le rocce, almeno lei comprensiva, assisteva ai nostri mugugni.
Ce la faranno i nostri eroi a conquistare le evanescenti bionde? Cari telespettatori, lo scoprirete nella prossima puntata…
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